Personaggio ed effetto identità

Pensiamo sia (ancora, poiché certamente è stato fatto molte volte) interessante riflettere su che tipo di rappresentazione dell’identità produce il testo letterario. Questo almeno in due sensi:

1. Da una parte, quale declinazione dell’identità troviamo nel testo letterario: un’identità compatta, solida, a tutto tondo, riconoscibile, identificabile e nominabile, come si dice avvenga “per esempio” nel romanzo realista (ma è poi vero? Come trattare, allora, il fenomeno dei personaggi che ritornano da un testo all’altro? Come effetto di unità, o piuttosto di polverizzazione, come forza centrifuga?); oppure un’identità incerta, disgregata, molteplice, come avviene nel romanzo novecentesco (a partire, diciamo, da Proust), dove “io è un altro”, non coincide più con se stesso, non è più in grado di rispondere alla domanda “chi sei”, dove il personaggio diventa spesso un involucro vuoto, o troppo pieno, luogo di transizione in cui le parole non riescono più a fermarsi.
2. Dall’altra parte, come fa il testo a produrre l’illusione dell’identità, come può un “gruppo di parole” fare massa al punto da radicare nel lettore un’idea di destino, ossia di unicità, di individualità (storia, passato, intenzioni, desideri), che spesso perdura oltre il testo? E qui pensiamo, per esempio, alle trasformazioni che determinati personaggi subiscono in un percorso transtestuale fatto di adattamenti, riscritture, continuazioni, riprese, restando apparentemente “gli stessi”.

Inoltre, dovremmo anche chiederci se l’identità come nozione (extra-letteraria, questa volta) sia o non sia uno strumento, una categoria con cui leggiamo i testi letterari: identità in senso psichico, certamente, ma anche in senso linguistico-nazionale. Tutto questo ha, ovviamente, anche implicazioni extratestuali, perché il senso e l’idea di identità cambia nel mondo, non solo nel romanzo, e fa sì che lettori e scrittori chiedano al romanzo di essere altro rispetto a ciò che è stato fino a un dato momento.

Donata Meneghelli

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